BOTANICA
Abbecedario
di Anna Rivoli
Solo la luce che ininterrottamente discende dal cielofornisce a un albero l’energia che fa penetrare a fondo nel
terreno le possenti radici. In verità l’albero è radicato nel
cielo. Solo ciò che proviene dal cielo è in grado di
imprimere realmente un marchio sulla terra.
Simone Weil, La persona e il sacro
INTRODUZIONE
Sin dall’infanzia, sono due i temi cari all’artista e, sostanzialmente,
irrinunciabili: la natura e l’arte visiva.
Se seguire la seconda ha costretto, per il periodo di
formazione, all’abdicazione della prima, vi è negli ultimi
anni, specie col ritorno a casa, l’anelito alla loro
congiunzione o almeno alla loro buona convivenza.
La natura vegetale entra per la prima volta nella variegata
produzione di Annamaria Targher, una quindicina
di anni fa, con il ciclo monumentale ed insistito
delle Ninfee. Tele enormi, sempre orizzontali e dal
fondale abissale, ospitano degli elementi pentalobati, non invischiati quanto, piuttosto, sollevati e ariosi. Per opposizione, il fiore nato dal limo, si libra nell’aria,
dando vita ad accostamenti coloristici gai, ma anche
ardui stemperando, così, la decorativa struttura circonvoluta
del fiore che, ripetendosi fino allo sfinimento
ed esprimendosi solamente ripiegato su sé medesimo,
andrebbe, altrimenti, ad appesantirsi.
Successivamente, il collage, di norma relegato ad avvalorare
i puntuali disegni su carta, entra prepotentemente
nelle tele, instaurando un vero e proprio testa
a testa con il segno pittorico, in un agone, quasi paradossale,
che aspira al mimetismo, alla stessa conformazione.
Le Carte da parati, infatti, rinunciano ad
ogni intento conoscitivo ed esplorativo per concentrarsi
su un’amena messa in scena del bello, senza pretese
che non siano quelle di un discernimento circa la
eventuale supremazia di una tecnica sull’altra: il carattere
della pittura versus la discrezione e l’innocenza
di elementi di scarto desunti dalle riviste altrimenti
buttate. Sono opere sofisticate, di netta abdicazione
rispetto al credo della pittura come esito sismografico
del temperamento dell’autrice. Un passo all’indietro,
ma non una rinuncia: piuttosto una resa ad un dato di
fatto incontrovertibile che insegna il post moderno. Un
ritaglio di giornale, accortamente accostato, languidamente
adagiato suscita più valore di una pennellata
ben assestata. Di un colpo ben dato.
Forse, la produzione più raffinata e criptica dell’artista
che non la lascia mai, però, se è vero che è ricomparsa
recentemente sino a costituirsi, sembrerebbe, come
un filone essenzialmente alternativo, riparativo,
non pretenzioso. Nato da un forte e apparentemente
irrisolvibile lutto, si è affidata alla progressione calma
e autonoma di un’applicazione parca, naturale, non
forzata e in cui il tempo di realizzazione, non è più
frenetico, bensì contemplativo.
ALBERI
E’ passato più di un quarto di secolo da quando la grafologa
Evi Crotti invitò l’artista a rappresentarsi in un
albero senza che quest’ultima sapesse, se non a fatto
compiuto, che avrebbe proceduto in una direzione autobiografica
ed esistenziale.
Si ritrovarono, già allora, di fronte ad un tronco smilzo,
ma regale e ad una chioma davvero portentosa
per infiorescenza e ricchezza fruttuosa. Le radici, così
supposte care e linearmente prossime alla metafora,
rinsecchite se non, addirittura, inesistenti.
L’artista ha realizzato il suo primo grande albero ad
olio al suo ingresso nell’Alpine Studio a San Sebastiano
di Folgaria, nell’ormai 2017, ma come un fatto isolato,
quasi accidentale, se si eccettua l’unica pretesa
di omaggiare le betulle klimtiane. Nell’autunno del
2023, però, sorge una esigenza sincera ed inequivocabile,
di altro sentore: quella di rappresentarsi per il
tramite dello statuto arboreo e naturale, replicandone
le sezioni, la struttura, anche se l’esito non potrà che
appoggiarsi ad un linguaggio già coniato dalla storia
dell’arte e codificato dall’uomo.
Ci sarà, allora, l’Albero della cuccagna festoso e
grondante leccornie e delizie. Solitario, estatico e altero
come una icona nella sua matrice cromatica aurea,
ma anche tonale e sostanzialmente ridotta all’osso. E’
un obelisco a cui accorrere, passibile di essere integrato
con ogni virtù, composto, addobbato, soggettivabile
e straripante in una prospettiva che non può
contemplare assolutamente soluzione di continuità: al
proprio fianco, a livello di significazione, ci potrebbe
stare anche l’albero della vita che dà accesso, sì, alla
conoscenza, ma vincolata, però e sempre, ad una prospettiva
di opportunità conseguente ad una scelta.
Dall’albero singolo, su superficie rigorosamente verticale,
si passerà, in un secondo tempo, ad un intrico di
rami provenienti da più fusti e sovrapposti, in cui il
tentativo di dipanare la diversa appartenenza ed entità
sembrerà operazione perniciosa, quando non vana.
Lo scopo e la finalità investigativa, inoltre, sono totalmente
mutati e si registra ora una natura briosa, anche
se incontrollata, incontenibile, inselvatichita, difficile
da dipanare, come lo sono, parimenti, le relazioni
umane. Ingarbugliate, di difficile lettura, inagguantabili,
anche se, talvolta, gravose.
C’è anche un cielo fragoroso, livido, scuro in cui spaziano,
come serpenti tortuosi, rami della tonalità raffinata
degli ftalati: ove il blu si unisce al verde in un esito
spettacolare e indecifrabile come in un sublime
paesaggio notturno che ha dell’estatico e nient’affatto
dell’angoscioso.
Sono, al contempo, gli sballati cieli vangoghiani: quelli
dettati dall’incomprensione. Luminescenti, contrastati
fino all’accesso e le delizie che cadono dai rami, più
che naturali, sembrano preziosi dell’uomo; e, poi, c’è
la linea bizzarra, giapponese che già correva nel capolavoro
Ramo di mandorlo in fiore a testimoniare la vitalità,
ma anche la forte convulsione del suo autore e
della sua emulatrice, in seconda istanza e battuta.
Il caso Salice piangente. Omaggio a Séraphine
de Senlis.
Un albero disgregato con fronde pendenti verso i lati,
a struttura triangolare o a capanna è costituito da un
segno forte, convulso.
Si staglia su uno sfondo altamente simbolico, ridotto a
campiture piatte, come se fosse una sublimazione di
un paesaggio o semplicemente un paesaggio interiore,
in cui il verde smeraldo sbiancato, sovrastante, freddo,
la fa’ da padrone, quasi inducendo, per inerzia, la
caduta, il ripiegamento su sé stessi dei rami addobbati.
Le intersezioni tra le frasche, così createsi, diventano,
però, la vera sostanza elettiva dell’artista: della trasposizione
di sé stessa nell’opera per il tramite
dell’assonanza essere umano – albero. Compaiono dei
grafemi, vagamente vegetali realizzati a pastello grasso
e tanto collage che tempesta, alla pari di diademi,
gli spazi vuoti, sostantivando o sostituendosi alle altrimenti
sommarie, troppo potenti pennellate e consegnando
il lavoro ad un contesto certamente estatico,
quando non spiccatamente decorativo.
La furia del riempimento, l’affastellamento quasi coatto,
riporta con forza all’esperienza detonante della pittrice
francese de Senlis in bilico tra espressionismo,
sguardo disincantato, sublime processo artigianale in
cui la mescola degli ingredienti, mai nota e codificata
definitivamente, si avvaleva di strani intrugli. Le foglie
di Séraphine, sono anche e certamente occhi attenti,
e rimandano ad un filone precedente e alle opere del
simbolista Redon in cui piccoli elementi vegetali possono
essere sorprendenti dettagli anatomici: le foglie,
in special modo, sono occhi curiosi, indagatori, frenetici
e anche un po’ inquietanti. Una finestra sul mondo,
ma anche sul sé psichico. Séraphine costruisce a
cascata le proprie creature vegetali, riempie il supporto,
dissipa la forma canonica per tramutarla in eccedenti
e pervasivi tappeti.
Il tronco scompare o non c’è mai stato. Il famoso
tronco che per l’albero di Koch rappresenterebbe il carattere.
Tutto è una proliferazione incontrollata, festosa,
ma anche inquietante. Per Annamaria Targher si
risolve in uno sparuto sentore, un abbozzo di memoria
per il tramite del solo collage e di un colore cyan propulsivo
e quasi accidentale: sicuramente, disarmonico
e urticante, rispetto alla calda distesa di foglie e fronde,
e sostenuto da un dripping ascensionale. La terra
non conta più: si limita ad essere stata l’impulso generativo,
mentre lo scenario risulta essere algido e
potentemente stralunato.
ACQUATICA
Stagno con proliferazione di sassi in mezzo
a piccole ninfee
Recentemente, l’Artista è tornata al tema dell’acqua in
cui ricorre il fondale ottenuto da ben assestati colpi di
pennellessa, già carico di significato sul quale si annidano,
non volano, stentorei massi dalla struttura vagamente
piramidale. Il contrasto cromatico guida anche
queste composizioni, anche se una linea chiara,
serpeggiante, solleva i massi ulteriormente, caratterizzandoli
di un’indole lisergica, specie dove si unisce
ad un collage monocromatico, a forma di bolle e dal
colore chiassoso, stridente. Sono il loro tripudio e la
loro essenza evanescente e vaporosa a farli collocare
in questa rassegna, per il solo fatto che aspirano ad
una liberazione dalla propria massa gravosa. Che li
conduce verso l’alto, al pari delle Ninfee e all’interno
di un processo artistico che prosegue per eterni ritorni
al passo delle variazioni musicali, sono proprio puntuali
ritagli di fiori serrati, minimali ed eleganti. Sono
proprio loro, attraverso il loro dato analitico, citazionista
e inderogabile, a suscitare, quasi per converso,
l’evocazione simbolica di uno scenario.
LA GIUSTA DISTANZA
Goniometro medico
Ad un buon punto della terapia psicanalitica intrapresa
quasi due anni fa, Annamaria Targher realizza un lavoro
unico nel suo genere: su uno sfondo tempestato
di piccoli alberelli ottenuti secondo modi calligrafi che
tanto sanno di orientale, si apre un goniometro con lo
spigolo rivolto verso il basso.
All’intersezione dei due piani dello strumento e alle
loro rispettive estremità, si adagiano tre tronchi di cono,
quasi fossero, almeno per quanto riguarda il centrale,
dei bulloni necessari: anche se solo quest’ultimo è per davvero funzionale. Gli altri due poggiano e
sembrerebbero non avere senso nel loro univoco colore
arancione, ameno, lezioso. Quello centrale, invece,è di un beffardo, sconvolgente, color della terra con
un nucleo, di supporto, violaceo, come qualcosa di
fortemente alterato. La pittura dei tre elementi è sommaria
e parecchio asciutta e crea uno spazio di sconforto
rispetto allo sfondo che pare un piastrellato di
quello che si poteva rinvenire, lucidissimo, in qualche
abitazione, non molto tempo fa. Si crea, così, uno
sproposito tra i bulloni fatti di pittura scabrosa e lo
scenario decorativo, ma anche immaginifico, posto
dietro, che è quello lieto e sempiterno della natura.
L’Artista, per il tramite del marchingegno rappresentato,
si apre su di essa come un ventaglio, ribadendo
la strategica fiducia, ritrovata, nella propria centralità,
che parte dal basso, ma permane estremamente curiosa
e anelante lo sfondo di abeti sopra, sua unica
cura e, proprio i due bulloni, apparentemente insignificanti,
trovano così, sulla soglia dei due mondi, il
grande e fondamentale ruolo di raccordo e mediazione.
Di funzionale trampolino.
Anna Rivoli
dicembre 2024
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